La ratio della norma, come sottolineato dalla Corte Costituzionale, a suo tempo chiamata a esprimersi in merito a possibili profili di incostituzionalità in riferimento agli articoli 3, 41 e 42, Costituzione, con l’ordinanza n. 597/1988, ha affermato che “è da individuarsi nell’esigenza di assicurare, anche dopo la morte dell’imprenditore agricolo, l’integrità dell’azienda e la continuità e l’unità dell’impresa e, pertanto, la garanzia di continuità nella conduzione di un fondo data ad uno dei coeredi non può essere considerata nella prospettiva di un privilegio attribuito ad uno di essi a danno degli altri, bensì nel più ampio quadro dell’interesse pubblico alla conservazione di un’impresa produttiva.”.
La norma trova applicazione al rispetto dei requisiti richiesti consistenti nell’essere qualificati quali coltivatori diretti e/o Iap, nonché di aver esercitato e di continuare a esercitare, al momento dell’apertura della successione un’attività agricola sui terreni coltivati dal de cuius (in tal senso, la sentenza n. 2254/2013 e l’ordinanza n. 34411/2022).
Tale esercizio, tuttavia, come ampiamente evidenziato sempre dalla giurisprudenza di legittimità, non deve essere stato esercitato in forza di un regolare contratto agrario; infatti, in tal caso, si azionerebbe in automatico la previsione del comma 3, dell’articolo 49, L. 203/1982, che stabilisce che i contratti agrari non si sciolgono in ragione della morte del concedente (in tal senso, Cassazione n. 11874/1999, Cassazione n. 4975/2001, Cassazione n. 17006/2015, Cassazione n. 19412/2016).
La Corte di cassazione, con la recente sentenza n. 19340/2024, si è occupata di una casistica, fino a ora non ancora affrontata, e consistente nel definire se un figlio, che in quanto tale risulta legittimario del de cuius, ai sensi dell’articolo 536, cod. civ., escluso dal testamento in quanto avente già ricevuto beni, e che non ha ritenuto di dover attivare l’azione di riduzione prevista dall’articolo 556, cod. civ. e atta a tutelare gli eredi dalla violazione della legittima, abbia o meno il diritto ad agire, ai sensi dell’articolo 49, L. 203/1982.
La Corte di cassazione, nel suo ragionamento, parte dal presupposto che la soluzione non può essere trovata attingendo esclusivamente ai principi del diritto successorio, ma anche a quelli derivanti dall’articolo 49, L. 203/1982 che, come visto, rappresenta una norma speciale.
In ragione della ratio che sottende la norma speciale e al sussistere dei requisiti richiesti, la Corte di cassazione conclude affermando che “In materia di contratti agrari, l’erede legittimario (nella specie il figlio) che sia stato escluso dal testamento del genitore per aver ricevuto in vita un quantitativo di beni idonei a soddisfare la sua quota di legittima e si trovi, per tale ragione, nell’impossibilità di impugnare il testamento con l’azione di riduzione, ha titolo per esercitare l’azione di cui all’art. 49 della legge 3 maggio 1982, n. 203 e, ricorrendo le condizioni indicate da tale norma, può ottenere di continuare nella conduzione o coltivazione dei fondi agricoli anche per le porzioni ricomprese nelle quote degli altri coeredi e di essere considerato affittuario delle stesse.”.
In ragione della ratio della norma e delle motivazioni addotte per il superamento del vaglio costituzionale, l’erede potrà procedere all’acquisto delle quote dei terreni in capo agli altri coeredi, in forza di quanto stabilito dall’articolo 8, D.Lgs. 228/2001, che ha esteso le regole dell’articolo 4, L. 97/1994, originariamente applicabili ai soli terreni ubicati nei Comuni montani a tutto il territorio nazionale, ovviamente al rispetto dei requisiti richiesti.